Pubblicato il: lun, Giu 29th, 2015

Cimitero delle Fontanelle

«Il pauroso e pittoresco ossario delle Fontanelle, in enormi cave di tufo, custodisce, disposti con macabro senso architettonico e decorativo, i resti delle vittime dell’epidemia colerica del 1836, aggiuntivi altri numerosi scheletri scavati in vari punti della città.» (Gino Doria)

Cimitero delle Fontanelle

Ingresso

Il Cimitero delle Fontanelle è un antico ossario napoletano che si sviluppa per circa 3.000 metri quadrati in una cava tufacea del vallone dei Girolamini, in un’area di suburbio ai margini del quartiere di Materdei.

È un luogo dal fascino unico, dove, secondo la tradizionale consuetudine partenopea, il sacro e il profano si mescolano in una sintesi di grande suggestione. Qui, nel culto delle anime del Purgatorio, si manifesta un legame viscerale tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti; perché i morti di Napoli non muoiono mai definitivamente, non abbandonano i cari, ma rimangono per aria, nei sogni, nei segni.

Toponimo

In passato, dalle colline dei Colli Aminei e di Capodimonte partivano vari impluvi, i quali, incidendo il tufo, lo mettevano a nudo creando dei veri e propri valloni, attraverso cui trovava recapito la cosiddetta lava dei Vergini, colate di fango e detriti provenienti dall’erosione della coltre piroclastica che ammanta le colline circostanti. La lava dei vergini, dunque, per millenni ha eroso il vallone delle Fontanelle e quello della Sanità, creando le condizioni ottimali per l’estrazione del tufo: è probabile che il toponimo “Fontanelle”, più che alla presenza di fontane, si debba mettere in relazione proprio con tali colate di fango.

La valle dei morti

I primi a lavorare la pietra gialla che i vulcani campani hanno formato nel tempo sarebbero stati i mitici Opici, quelli che Strabone chiama gli abitatori delle grotte. Secondo altri studiosi, invece, a scavare nella notte dei tempi sarebbe stato un altro popolo ugualmente misterioso: i Cimmeri, di cui parla Omero nell’Odissea; secondo alcuni, si sarebbe trattato degli abitanti dell’antica Cuma (Cyme), ma l’ipotesi più accreditata è quella di un popolo che dalle regioni caucasiche (forse il Ponto) si era spostato verso Occidente, sino a giungere sulle sponde del Tirreno, dando origine alla cultura dei Celti. Un dato, quest’ultimo, da sottolineare perché nella cultura celtica esiste una sofisticata concezione dell’aldilà come regno d’immensa sapienza ed è attribuita un’estrema importanza al mantenimento dell”equilibrio delle forze, consentendo agli spiriti dei morti di affacciarsi nel mondo dei vivi solo in determinate occasioni, come la Notte delle streghe (Hallowe’en); altro rimando interessante che ci arriva dalla mitologia celtica è poi quello legato al potere della testa, il luogo dove ha sede l’anima.

Dalle leggende alla storia: le prime notizie documentate sulla Valle dei Morti della Sanità indicano che le grandi caverne che costellano i canyon che scendono dalla collina di Capodimonte e dei Colli Aminei verso via Foria e piazza Cavour sarebbero state scavate innanzitutto per estrarre il tufo, la pietra vulcanica morbida e resistente con cui è stata costruita la città, e, parallelamente, per seppellire i morti. All’attività dei popoli indigeni si aggiunse, più di duemilacinquecento anni fa, quella dei coloni greci, con i quali quest’area esterna al tracciato delle mura cittadine di Neapolis cominciò a diventare sempre più un luogo sacro, il sito ideale dove far riposare i defunti. Per migliaia di anni questa terra ai piedi dei Colli Aminei e di Capodimonte ha, dunque, mantenuto una doppia destinazione: funeraria ed estrattiva.

Di chi sono le ossa?

Cimitero delle Fontanelle

Navata degli Appestati

Il Cimitero delle Fontanelle ospita, da almeno quattro-cinque secoli, i resti di chi non poteva permettersi una degna sepoltura e, soprattutto, le vittime delle grandi epidemie; non solo: dentro l’antica cava di tufo furono sistemate anche le ossa provenienti dalle cosiddette terresante (le sepolture delle chiese) e da altri scavi effettuati in città nel corso dei secoli. Secondo una credenza popolare, alla fine dell’Ottocento un religioso avrebbe contato circa otto milioni di ossa: «Ha fatto ‘o cunto ca ccà nce stanno otto meliune ‘e muorte» scriverà nel 1906 Francesco Terranova.

Tutto ebbe inizio con le catastrofiche epidemie che tra Seicento e Settecento colpirono Napoli provocando milioni di vittime: su tutte, l’apocalisse del 1656, la peste che da sola spazzò via centinaia di migliaia di persone. I corpi degli appestati dovevano essere tolti dalle strade e dalle chiese e la soluzione fu individuata nel gettarli dentro le grandi grotte della città, tra cui la cava delle Fontanelle. Era già accaduto un secolo prima, nel 1516, quando – racconta il Celano – il cardinale Oliviero Carafa aveva voluto ospitare in questa zona un ospedale per gli appestati.

Dopo la peste del Seicento, nel 1764 vi furono sepolte le vittime di una grande carestia.

E nel Settecento la cava-ossario aveva, difatti, già preso il nome di campusantiello (= piccolo cimitero) e attirato l’attenzione di truffatori senza scrupoli: visto che tutti i cittadini benestanti volevano esser sepolti nelle chiese e dato che in queste non vi era più spazio, i becchini, dopo aver effettuato la sepoltura, a notte alta, posto il morto in un sacco, se lo caricavano sulle spalle ed andavano a riporlo in una delle cave delle Fontanelle (l’aneddoto è raccontanto dal canonico Andrea De Jorio in una cronaca intitolata proprio Camposantiello delle Fontanelle.

In una relazione del 1788 allegata alla Pianta dell’antico cimitero delle Fontanelle si legge che Padri Minimi di San Francesco di Paola, ai quali il terreno delle Fontanelle apparteneva, concedevano alla Deputazione della Salute l’uso delle cave per riporvi le ossa dei cadaveri, come era già avvenuto «anni addietro»; è segno questo che il luogo non fosse stato usato a tale scopo fino ad «anni addietro» al 1788 e cioè, molto probabilmente, al 1764, anno della terribile carestia già ricordata.

Fontanelle

Foto di Diana Del Franco

Certo non si può escludere categoricamente ma, stando a tale documentazione, se vi fu uso cimiteriale prima della concessione data dai Padri di San Francesco di Paola alla Deputazione, esso dovette essere secondario e non generalizzato come da sempre si è ritenuto.

Ad ogni modo, i resti anonimi si moltiplicarono certamente nel corso del XIX secolo, quando qui confluirono le ossa trasferite dalle terresante delle chiese napoletane, in particolare dopo il decreto napoleonico di Saint Claude del 1804, che impediva la sepoltura all’interno delle città.

Poi ancora epidemie: alle Fontanelle arrivarono i corpi straziati dal colera del 1836-37, tra i quali, forse, ci fu anche il poeta Giacomo Leopardi, la vittima (ma non per tutti) più illustre di quella devastante epidemia (secondo la tradizione popolare, le sue ossa si troverebbero alle spalle della testa del Capitano).

Una quindicina d’anni dopo (1852) vi portarono le ossa rinvenute nel corso della sistemazione di via Toledo, migliaia di resti che risalivano al cataclisma del 1656. Ed ancora, nel 1934, furono collocate qui le ossa ritrovate durante i lavori di sistemazione di via Acton, non lontano dal Maschio Angioino, e quelle delle terresante della Chiesa di San Giuseppe Maggiore, abbattuta per i lavori di sistemazione nella zona di Via Medina.

Gaetano Barbati

Cimitero delle Fontanelle

Cimitero delle Fontanelle – Pianta

Dopo un periodo di abbandono, alla fine dell’Ottocento il cimitero fu soggetto a una sistematizzazione razionale delle ossa e così, alla sua riapertura nel marzo del 1872, le ossa risultavano divise per tipologie (tibie, femori, omeri, teschi etc.) ed esposte nei vani della cava lungo i vari corridoi, protetti da rozze balaustre.

I criteri di sistemazione delle ossa nelle tre navate del cimitero tennero in considerazione anche la provenienza dei morti: nella navata di sinistra furono collocate le salme raccolte dallo spurgo delle chiese e delle congreghe, per cui si cominciò a parlare di navata dei preti; nella navata centrale furono posti gli appestati; infine, nel più corto braccio di destra, furono collocati i pezzentelli, cioè i più miseri, i cui corpi erano spesso soggetti alla pratica della scolatura.

Cimitero delle Fontanelle

Ossa interrate nella Navata dei Pezzentelli

Oltre al popolo dei fedeli di Materdei, il protagonista indiscusso di tale riorganizzazione fu Gaetano Barbati (Napoli, 9/8/1804 – 5/12/1882), personalità di spicco della Curia Arcivescovile napoletana nella seconda metà del XIX secolo.

Canonico della Cattedrale dal 17 aprile 1853, docente al seminario arcivescovile, illustre latinista e famoso epigrafista, egli non era il parroco di Materdei, come ancora è spesso erroneamente sostenuto, che all’epoca era invece il reverendo Giuseppe Di Flora; la precisazione vale la pena di evidenziarla perché un Gaetano Barbati parroco di Materdei accrediterebbe la versione di un’iniziativa popolare dal basso della riapertura delle Fontanelle contrapposta alla Curia.

Nella navata dei preti, nel primo braccio laterale a sinistra che si incontra dopo la chiesa interna, è posta una statua in gesso raffigurante proprio il canonico Gaetano Barbati, datata 1908 e realizzata prendendo a modello la fanzaghiana statua di San Gaetano posta su un piedistallo nella piazza omonima, davanti alla chiesa di San Paolo Maggiore.

Il culto delle anime

Cimitero delle Fontanelle

Anime adottate

Le ossa anonime, accatastate in queste caverne lontane dal suolo consacrato, per la gente sono ben presto diventate la materializzazione delle anime purganti, e si sono trasformate in un ponte di comunicazione tra la luce e il buio, tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

I teschi-anima sono dunque adottati dai fedeli che garantiscono loro le preghiere necessarie ad accorciare la permanenza nel Purgatorio, in quanto si tratta di anime abbandonate, senza degna sepoltura.

Il rituale è più o meno lo stesso da almeno duecento anni a questa parte: il devoto, spesso una donna, sceglie un teschio particolare perché l’anima lo ha indicato in sogno oppure perché esso lo ha ispirato. Nasce, così, un particolare rapporto di reciprocità, una sorta di rielaborazione della logica dei suffragi, che consente un vero e proprio scambio tra vivi e morti: un efficace do ut des (= in latino ti dò affinché tu mi dia) in assoluta coerenza con la filosofia del Purgatorio che il cristianesimo medievale mise appunto proprio per creare un sistema di assistenza reciproca tra viventi e defunti.

Cimitero delle Fontanelle

Donna Cuncetta, ‘a capa che suda

Il teschio è lucidato, sistemato su un fazzoletto bianco, ospitato entro una cassettina di legno o pietra, detta scarabbattola; al teschio-anima è dato un nome e spesso attribuita anche una storia, ricostruita attraverso le immagini e le parole giunte attraverso i sogni.

Grande èpure l’attenzione a tutti i segni che possono venire dalle anime: ad esempio, un teschio che non suda (cioè che non accumula condensa da umidità) è indicazione di una sofferenza dell’anima abbandonata e cattivo presagio; un teschio che suda, invece, è sintomo di buon auspicio e indica che la grazia che il fedele ha chiesto si stia avversando. Celebre è il teschio di Donna Carmela, ‘a capa che suda, posto nella navata dei preti, ancora oggi oggetto di profonda devozione.

I giorni dedicati al culto

Il lunedì era il giorno del pellegrinaggio al Cimitero:

«Ogge è Luna e dimane è Marte / ‘a ciorta mia mo’ se parte / vene pe mare e vene pe terra / viene ‘nzuonno ciorta mia bella. / Viene ‘nzuonno e nun m’appaurà / tre belli nummere famme sunnà

Marino Niola scrive:

«Il giorno sacro alle anime purganti, a Napoli come in altri luoghi del Meridione d’Italia, è il lunedì, il giorno anticamente dedicato ad Ecate, personificazione della Luna, signora della notte e, come tale, confusa con la dea Fortuna».

Una dea festeggiata dai Romani nel giorno del solstizio d’estate, cui verrà sovrapposta la festa di San Giovanni Battista, il cui legame con il tema del ritorno dei morti e le stesse anime purganti è molto forte.

De Matteis sottolinea che il lunedì era anche il giorno di riposo dei barbieri, che accorrevano numerosi alle Fontanelle:

«Forse non si tratta di una coincidenza: il barbiere è una figura molto strana: fino a tempi non lontanissimi era anche salassatore e le sue competenze mediche erano riconosciute. Inoltre, forse proprio perché ha a che fare con i “resti” del corpo umano (peli, capelli, denti…), era ritenuto anche mago e fattucchiere».

L’antropologo Domenico Scafoglio ricorda un particolare rito collettivo finalizzato all’ottenimento dei numeri vincenti: «Il venerdì che precedeva l’estrazione, gruppi di donne si ritrovavano nel vecchio camposanto e compivano giri intorno all’area delle fosse dei morti tenendosi a braccetto>>: si pensava che in tal modo i rinfreschi sarebbero stati più efficaci.

« ‘Mparaviso ce aspettate / e priate l’Aterno Pate / pe li noste necessità / accussì ve truvate / aneme sante refriscate. / E siccomme nce vedite /accussì ce screvite / Requie, repuoso, refrisco, cunzuolo».

Cimitero delle Fontanelle

Anime adottate

Emmanuele Bidera ricorda la tecnica messa a punto da gruppi di fedeli che la notte prima dell’estrazione, il venerdì appunto, dormivano vicino alle ossa, nel tentativo di avere i numeri in sogno o di ricevere delle visioni da interpretare con la Smorfia, il testo sacro della cabala napoletana, il libro che traduce le immagini in numeri. L’usanza del dormire vicino ai morti per poter meglio raccogliere i sogni di comunicazione non è nata alle Fontanelle: basti pensare alla pratica della cosiddetta incubazione, pratica già nota ad Egizi, Greci e Romani che consiste nel dormire all’interno del tempio in modo da poter comunicare, attraverso il sogno, con il dio.

Ancora negli anni Sessanta del Novecento c’era l’abitudine di sostare di notte ai cancelli del Cimitero per aspettare le ombre mandate dal teschio del cabalista spagnolo don Francisco a rivelare i numeri da giocare al lotto.

Addetto ai numeri del lotto era anche il monaco, meglio noto come ‘a capa ‘e Pascale.

I matrimoni

Cimitero delle Fontanelle

Calvario o Golgota

Molte ragazze della zona si recavano qui a pregare; gli uomini, allora, si appostavano all’esterno per trovar moglie. Per questo motivo, in occasione del matrimonio, gli sposi pretendevano di fare foto nel cimitero per ricordare il luogo in cui si erano conosciuti.

Una celebre storia d’amore è quella legata al Capitano, la cui capuzzella è identificata dalla tradizione in una posta nella zona del cimitero detto Golgota per la presenza di tre croci a ricordo del Calvario.

Questo teschio era stato adottato da una povera ragazza, che gli rivolgeva tutte le sue cure e preghiere, supplicandolo perché le facesse trovare marito. Così avvenne e il giorno delle nozze tutti erano attirati dalla presenza in chiesa di uno strano tipo vestito da soldato spagnolo; questi, al passaggio degli sposi, sorrise alla ragazza e le fece l’occhiolino. Il marito, ingelosito, lo affrontò e lo colpì ad un occipite con un pugno.

CImitero delle Fontanelle

Il teschio del Capitano

Tornata dal viaggio di nozze, la giovane si recò subito al cimitero per ringraziare il suo teschio e lo trovò con una delle orbite completamente nera: si gridò al miracolo e il teschio in questione fu indicato come il Teschio del Capitano.

Esiste anche un’altra versione della leggenda, secondo la quale il Capitano, per l’affronto ricevuto, avrebbe ucciso i due sposi nel giorno stesso delle nozze. Il popolo ha individuato i due sposi nella coppia di scheletri posta nella teca ai piedi della statua di Gaetano Barbati.

La chiesa interna

Nell’Ottocento, prima dell’apertura della chiesa esterna di Maria Santissima del Carmine (1884), in un ambiente posto a sinistra nella navata dei preti, fu ricavata una primitiva chiesa rupestre interna. Essa si presenta come una cappella arredata in maniera molto povera e priva di strutture architettoniche, tranne quelle naturali delle pareti tufacee della cava.

Vi si vedono varie sculture in stucco, databili all’ultimo quarto dell’Ottocento: l’altare, anche in stucco, è sormontato da una statua di Cristo risorto in stucco e da un sobrio Crocifisso in legno; a destra, in una nicchia, è una statua rappresentante Cristo morto, su modello del Cristo velato di Giuseppe Sanmartino; davanti all’altare maggiore, a sinistra, le statue raffiguranti la Natività. Il riferimento simbolico è evidente nella scelta iconografica delle opere esposte che hanno il preciso intento di ricordare al fedele le tappe della vita e delle Resurrezione, in un luogo di dolore e di morte.

Ossa anonime ma…

Tutti i morti e le ossa custodite nel cimitero sono rigorosamente anonimi. Gli unici due scheletri, entrambi interi, vestiti e posti all’interno di due bare, sono visibili nella chiesa rupestre e appartengono a una coppia di nobili: Filippo Carafa, duca di Maddaloni e conte di Cerreto, e Margherita Petrucci nata Azzoni. Il primo morto il 17 luglio del 1793 a ottantaquattro anni, la seconda nell’aprile del 1795 a cinquantaquattro anni. Il teschio dell’aristocratica dama mostra la bocca spalancata, come in un urlo di dolore, e ciò ha dato vita a una leggenda sulla causa del decesso: donna Margherita sarebbe morta soffocata da uno gnocco. La motivazione della loro presenza alle Fontanelle non è chiara: l’ipotesi più diffusa – ma poco convincente – è che si trattasse di due eretici. In verità, le ricerche condotte da Rocco Civitelli hanno dimostrato che i due nobili alla loro morte trovassero degna sepoltura nella Cappella Carafa all’interno della Chiesa di Santa Maria dei Sette Dolori sull’altura di Montecavario; è probabile che solo negli anni Settanta del Novecento, in seguito allo svuotamento delle terresante della chiesa, i due corpi siano stati trasferiti nell’ossario (e non – stranamente – al Cimitero di Poggioreale).

Foto di Diana Del Franco

Foto di Diana Del Franco

La camorra nel cimitero

Nel cimitero, secondo la tradizione, in un luogo detto Tribunale, si riunivano i vertici della camorra per i famosi giuramenti di sangue e i riti di affiliazione, nonché anche per emettere le condanne a morte.

Non è, dunque, un caso se Pasquale Squitieri abbia deciso di ambientare in questo cimitero una delle scene più importanti del film I guappi (1974): l’affiliazione di Nicola Bellizzi (interpretato da Franco Nero) alla camorra; anche il duello finale di Napoli… la camorra sfida e la città risponde (1979) si svolge nella penombra delle Fontanelle con un Mario Merola diretto dal fido Alfonso Brescia.

Abolizione del culto

Il 26 luglio del 1969, il cardinale di Napoli Corrado Ursi firmò il documento del Tribunale ecclesiastico per la causa dei Santi che dichiarara «arbitrarie, superstiziose e pertanto inammissibili le manifestazioni di culto rivolte ai resti umani». E decretava: «I resti umani che fossero visibili sia pure dietro vetro siano rimossi e debitamente inumati; i sacerdoti e tutte le persone responsabili si astengano da ogni atto che possa favorire manifestazioni indebite di culto; i fedeli si astengano da atti contrastanti la vera devozione e, pertanto, sgraditi a Dio e apportatori di discredito alla Religione e alle tradizioni culturali e civili del nostro popolo». È una condanna senza appello che si basa sulle ferree leggi canoniche, per le quali «nessun culto pubblico può essere dato a chicchessia e senza dichiarazione del sommo pontefice».

La decisione maturata dalle autorità religiose e civili — scrive Sola — scaturì dalla ferma volontà di contrastare le pratiche di culto che oramai tendevano a degenerare in riti di bassa magia, comprese le messe nere.

Il culto delle anime del Purgatorio che aveva trovato la sua ufficialità nell’opera di Gaetano Barbati a fine dell’Ottocento trovava ora opposizione da parte delle autorità ecclesiastiche sulla base degli indirizzi provenienti dal Concilio Vaticano II (1962-65), che sancì l’idea di una Chiesa cattolica aperta alla modernità.

Carmine Caruso

Il cimitero è aperto tutti i giorni dalle 10:00 alle 17:00 con ingresso libero, in via Fontanelle 80, rione Materdei (scendere alla fermata Materdei, Metro 1).

Bibliografia

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http://www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/4880

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  1. ragni ha detto:

    Grazie mille!

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