Pubblicato il: mar, Giu 30th, 2015

La chiesa di Sant’Agostino degli Scalzi

Sant'Agostino degli Scalzi

La cupola e l’ingresso laterale

La chiesa di Santa Maria della Verità, meglio nota come chiesa di Sant’Agostino degli Scalzi, è un luogo di culto cattolico di grande valore storico-artistico, capolavoro del Seicento napoletano. È sita a Materdei ed è in parte nascosta alla vista da un edificio che prospetta su Via Santa Teresa degli Scalzi (a sinistra per chi viene dal Museo). Nel giugno del 1837, la chiesa ospitò i funerali di Giacomo Leopardi, il poeta recanatese che trascorse gli ultimi anni di vita proprio a Napoli, nell’abitazione di Vico Pero a Fonseca, assistito dall’amico Antonio Ranieri.

Fondazione

Le vicende del complesso di Sant’Agostino degli Scalzi hanno avuto origine alla fine del Cinquecento, periodo nel quale i frati della Chiesa di Santa Maria dell’Oliva (poi inglobata in San Giuseppe dei Nudi, situata nella zona della Costigliola, appartenente allora ai duchi Carafa) erano ospitati in un convento assai piccolo, che non si poteva ampliare perché il padrone del luogo contiguo non voleva vendere; allora essi decisero di spostarsi in un nuovo luogo nella zona di Fonseca, dove fu fondata Santa Maria della Verità.

Nel Seicento Carlo Celano scriveva erroneamente che la chiesa di Santa Maria della Verità, ovvero Sant’Agostino degli Scalzi, era sorta nel sito stesso della piccola chiesa di Santa Maria dell’Oliva; tuttavia, nel 1892, Michelangelo D’Ayala lo ha corretto, facendo riferimento a quanto detto dal D’Engenio, che già nel 1623 segnalava due chiese separate e distinte, quella della Verità e l’altra dell’Oliva.

Tra il 1598 e il 1604, presso la Masseria di Fonseca, iniziarono i lavori per la costruzione della chiesa di Sant’Agostino degli Scalzi, con annesso convento, grazie ai finanziamenti di un certo consigliere Scipione de Curtis, il quale – come riferisce il D’Ayala –

accusato di gravi colpe presso il Re di Spagna, andò a pregare la madonna nella chiesa di Santa Maria dell’Oliva perché gli concedesse la grazia di render palese la verità al sovrano […]. Ottenuta la grazia, ei scelse l’opera degli Agostiniani scalzi, ponendo la condizione che il quadro della Vergine innanzi a cui aveva pregato […] fosse collocato nella chiesa in costruzione, la quale doveva dedicarsi a Santa Maria della Verità.

 

Fasi di costruzione

I progetti e la direzione dei lavori della chiesa di Sant’Agostino degli Scalzi sono da ricondursi a Giovan Giacomo di Conforto.

Alla fine degli anni Venti del Seicento, la chiesa (cupola e campanile  compresi) era terminata, come si può vedere nella veduta Baratta del 1629 ed in quella di Didier Barra del 1647 specialmente, dove, affianco alla chiesa, è rappresentato il chiostro.

Il convento uscì molto danneggiato dal terremoto del 1688 e fu dato compito ad Arcangelo Guglielmelli di effettuare i lavori di adeguamento; le riparazioni statiche si estesero ad altre tipologie d’intervento, portando a un totale rinnovamento dell’apparato decorativo della chiesa, affidato a Lorenzo Vaccaro.

Si deve a Giuseppe Astarita, per molto tempo architetto di fiducia del monastero, il disegno del pavimento in marmi realizzato a metà del ‘700; invece, il vistoso apparato decorativo della volta della navata, realizzato nella prima metà del Seicento dallo stuccatore Silvestro Faiella, sembra  aver subito un intervento di rinnovamento sul finire del Settecento.

 

Storia contemporanea della Chiesa di Sant’Agostino degli Scalzi

Cimitero delle Fontanelle

Via Santa Teresa degli Scalzi

Riguardo al luogo in cui è sito il complesso, D’Ayala scrive che «la salita di Santa Teresa era erta così che occorrevano i bovi per tirarci su le carrozze» e perciò la realizzazione della nuova strada per Capodimonte, nel primo decennio dell’Ottocento, previde una rilevante modificazione delle quote, in particolare nel tratto dal Museo al quadrivio di Materdei. Allora la chiesa venne a trovarsi sbilanciata in avanti, senza contrafforti naturali, tanto che i vari terremoti susseguitisi nel corso del tempo hanno progressivamente causato lo scollamento della facciata e lesioni fin nelle fondamenta.

Da un rapporto del 1813 di Pietro Colletta, direttore generale di Ponti e Strade, apprendiamo che in quella data il tratto in questione è ormai «ottimamente lastricato», ma ancora non sono state prese tutte le decisioni progettuali per adeguare gli ingressi alle nuove quote e le distanze determinatesi con il tracciamento della nuova sede stradale. Si erige davanti al monastero una quinta edilizia che non raccorda nulla ma ha il solo scopo dell’allineamento: è una facciata con botteghe, non un vero e proprio edificio. È abbattuta la scala a tenaglia posta davanti la chiesa; questa ha ora un pronao-terrazzo al quale si giunge per una gradinata pubblica che raccorda via Santa Teresa e la parte retroversa della salita San Raffaele con il vico Lungo Sant’Agostino.

Nel 1860 il monastero fu soppresso e presto destinato a sede scolastica, funzione che svolge ancora oggi.

All’indomani del sisma del 23 novembre 1980, puntellato l’interno della chiesa, avviate le opere d’emergenza e trasportati in luogo più sicuro i dipinti e tutto ciò che era rimovibile, si sono studiati gli interventi necessari e se ne è calcolato il costo, ma, nonostante la buona volontà delle Soprintendenze per i Beni Artistici e Architettonici e del Provveditorato alle Opere Pubbliche e le battaglie condotte dall’indomito Rettore Padre Candido, gli stanziamenti sono arrivati in maniera assai scarsi e discontinua.

Quel che è peggio è che la chiesa è stata devastata e saccheggiata dai ladri, tanto che l’immagine del ricco policromo interno (che appare, tra l’altro, in una scena del film L’oro di Napoli di Vittorio De Sica, nel celebre episodio Pizze a credito con Sophia Loren e Giacomo Furia) deve ritenersi perduta per sempre.

Dopo anni di restauri a intermittenza, la chiesa è oggi nuovamente aperta.

 

Esterni

È da ricondursi all’operato del Di Conforto la progettazione della facciata a nicchie, realizzata dai pipernieri Giovan Tommaso Gaudioso e Scipione Galtieri (1626), mentre il portale della chiesa sembra essere stato rimaneggiato sul finire del ‘600; agli stessi anni si deve datare l’adiacente portale del monastero, decorato con volute e cartocci di pieno gusto barocco, ben distanti dalla cultura classicistica del Di Conforto.

Interni

È sempre del Di Conforto l’impianto interno dal consueto schema controriformistico a navata unica, con cappelle laterali segnate da coppie di paraste, e alta cupola, anche se l’impostazione originaria è andata parzialmente perduta a causa di interventi successivi. Dopo i terremoti del 1688 e del 1694, infatti, l’architetto Arcangelo Guglielmelli eseguì radicali lavori di consolidamento e intorno alla metà del XVIII secolo Giuseppe Astarita operò una notevole ristrutturazione; nel 1850, infine, Costantino Pimpinelli curò altri interventi d restauro. Ma, assai più che all’architettura, la straordinaria bellezza dell’interno della chiesa è dovuta al gioco raffinatissimo degli stucchi, che ne rivestono ampie superfici. Delle prime decorazioni, eseguite intorno al 1636 dallo stuccatore Silvestro Faiella, probabilmente su disegni del Di Conforto, resta poco o nulla (i pennacchi della cupola, ad esempio, furono rifatti dal Pimpinelli nell’ ‘800 con fregi classicheggianti).

Sant'Agostino degli Scalzi

La cupola

La personalità fondamentale è, invece, quella di Lorenzo Vaccaro, geniale e versatile artista che lavorò agli stucchi della chiesa sul finire del XVII secolo, in contemporanea con l’architetto Guglielmelli. Al Vaccaro spettano la decorazione ricca e movimentata della crociera con i due cappelloni, documentati al 1693, e le due grandi statue, sempre in stucco, raffiguranti Santi dell’Ordine agostiniano, databili al 1684. Per l’affinità con queste opere, gli va riferita anche la decorazione del coro, mentre è sicuramente sua l’ideazione della bellissima cupola con un Concerto di angeli musici e cantanti, eseguiti dagli stuccatori Bartolomeo Granucci e Nicola Mazzone nel 1698. Questi candidi stucchi rivelano come il Vaccaro, superata l’enfasi barocca, puntasse ormai verso una più leggera e aggraziata sensibilità settecentesca; del resto, già ai suoi tempi, l’opera fu molto apprezzata e Luca Giordano, come narra De Dominici, «non si saziava di mirarli e lodarli».

La volta della navata è anch’essa interamente ricoperta da stucchi, che rappresentano l’Assunta tra angeli e rigogliosi motivi decorativi; per quanto documentata al 1637, la decorazione della navata, secondo l’Amirante, potrebbe essere un rifacimento assai più tardo per il carattere freddo e minuzioso, di gusto neoclassica, del modellato.

Sulla controfacciata, a destra di chi entra, è la sepoltura del frate Bonaventura D’Avalos d’Aquino, di ignoto scultore del secolo XVII, e, a sinistra, quella di Giuseppe Rovigno (morto nel 1732), il cui busto, sontuosamente vestito, sembra essere stato eseguito prima del monumento funebre in cui è inserito.

 

Navata destra

Anche nella prima cappella di destra (Cappella Schipani) il dato più caratteristico è costituito da un monumento funerario, quello con i medaglioni a rilievo recanti i ritratti dei fratelli Filippo, Orazio e Niccolò Schipani; le sculture, di estrema eleganza, risultano affidate nel 1649 a Giulio Mencaglia, con l’intervento del marmoraro Bernardino Landini, cui si deve la sistemazione dell’intera cappella. Sempre del 1649 sono documentate ad Agostino Beltrano la tela riberesca di destra San Girolamo e l’Angelo del Giudizio (ora al Museo Diocesano nella Sala del Monachesimo) e quella di sinistra raffigurante la Madonna col bambino e San Nicola da Tolentino. La tela sull’altare con San Francesco di Paola è, invece, una tela tarda di Mattia Preti.

Sant'Agostino degli Scalzi

Seconda cappella a destra

La seconda cappella a destra, ornata sulla sinistra dal monumento funebre di Michele Vecchione (1880), era, fino a un trentennio fa, dominata dal grande dipinto di Luca Giordano raffigurante San Tommaso da Villanova che dispensa elemosine. La tela, che fu commissionata al pittore dai frati agostiniani nel 1658, anno della canonizzazione di questo vescovo spagnolo noto per le sue opere di carità e appartenente all’Ordine di Sant’Agostino, è ricordata con ammirazione fin dalle più antiche Guide di Napoli: difatti, sia la sapiente disposizione delle figure sia la luce calda e dorata di cui risplende fanno di questo dipinto uno dei capisaldi nella produzione di Giordano; evidenti le suggestioni derivanti dalla pittura veneta (Paolo Veronese e Tiziano) nel modo d’inquadrare la scena davanti a uno sfondo luminoso con un’architettura chiara ed evanescente. L’opera non si trova più nella chiesa ma, dopo il sisma del 1980, è stata spostata al Museo di Capodimonte, nella sala 103 della Galleria Napoletana, sita al secondo piano. Sulla destra, la tela con San Gugliemo da Vercelli che adora il Bambino è stata riconosciuta come opera giovanili, degli ultimi anni del XVII secolo, di Domenico Antonio Vaccaro.

Autore il Vaccaro negli stessi anni anche della Coronazione di spine e della Flagellazione di Cristo, poste a destra e a sinistra nella terza cappella, dipinti caratterizzati dalle pose enfatiche dei personaggi e da un colorismo brillante.

Transetto

agostino 2

Transetto sinistro

Passati, poi, nel transetto, si osserva a destra una cornice vacante, in cui, prima del sisma dell’Ottanta, trovava posto l’altra grande tela neoveneta di Luca Giordano, firmata e datata 1658 (ora nella sala 103 del Museo di Capodimonte). Fu commissionata al pittore insieme al San Tommaso da Villanova che dispensa elemosine e raffigura l’Estasi di San Nicola da Tolentino, un altro santo molto caro alla spiritualità del tempo. Egli fu considerato il protettore delle anime purganti: si spiega così l’inserimento in un angolo del dipinto di alcune anime in pena che implorano tra le fiamme il suo aiuto. La predella sottostante la tela, con San Nicola da Tolentino in preghiera, va invece riferita a Giovan Bernardino Azzolino.

Dal lato opposto del transetto, il modesto quadro sull’altare raffigurante Sant’Agostino che sconfigge gli eretici e la madre Santa Monica con la Vergine è un’opera di Angelo Mozzillo del 1806.

 

Abside

Prima di osservare la zona absidale, si entra nella piccola cappella a destra dell’altare, dedicata alla Madonna di Trapani, una scultura quattrocentesca d’ambito gaginiano venerata in quella città, che qui fu riprodotta in una piccola tempera di fine ‘700. Completano la decorazione della cappellina la volta ripartita da stucchi, i resti di un pavimento in maiolica del XVII secolo e, soprattutto, una teletta con la Madonna e il Bambino, tipica della produzione sacra di tono sentimentale realizzata da Massimo Stanzione negli anni ‘40 del ‘600,

Sant'Agostino degli Scalzi

Abside

L’ampia tribuna absidale deve il suo aspetto attuale, in massima parte, ai rifacimenti operati da Arcangelo Guglielmelli dopo i terremoti del 1688 e del 1694. Vi domina l’altare maggiore, chiuso ai due lati da porte laccate in bianco e nero e sormontato da un ricco tabernacolo; tutta l’opera fu eseguita con una minuziosa tarsia di marmi policromi a motivi vegetali, su disegno del Guglielmelli stesso intorno al 1693 (Amirante). Su idea dello stesso architetto, Bartolomeo Ghetti eseguì, sempre nel 1693, la balaustrata, in cui il commesso marmoreo è lavorato a disegni di tipo geometrico con un effetto di chiaro-scuro. Lateralmente all’altare, sono, a destra, la tomba del vescovo Celestino Labonia (morto nel 1720) e, a sinistra, quella dell’altro vescovo Marcello Papiniano Cusano (morto nel 1766), entrambe di autori non identificati.

Oltrepassato l’altare si entra nel coro, a stalli di legno di noce intagliato, illeggiadrito da due grandi tele del pittore Andrea D’Este, la Nascita di Gesù, a sinistra, e l’Adorazione dei Magi, firmata e datata 1710, a destra.

Sulla parete di fondo, un’Annunciazione, firmata e datata 1693, e una Visitazione documentata del 1695, sono opere di Giacomo del Po, qui non al massimo della sua capacità espressiva e coloristica. Sovrasta il tutto un grande organo con mostre in legno dorato, al centro del quale è inserita un’icona tardo-bizantina, su tavola, raffigurante una Madonna col Bambino; l’icona non è che la venerata immagine nota come Santa Maria della Verità e, prima ancora, come Santa Maria dell’Oliva.

Navata sinistra

Superato il cappellone di sinistra, si riprende dalla terza cappella, riccamente decorata da stucchi di Lorenzo Vaccaro «dal vibrante accento chiaroscurale» (Amirante), da un pavimento maiolicato e da un altare del 1734, opera del marmoraro Agostino De Filippo. Su di questo è posta una Pietà, riferita alla produzione del pittore Francesco Di Maria intorno alla metà del ‘600, mentre sui lati sono due mediocri dipinti dei primi del XVIII secolo con Storie di Santa Monica.

Tra la seconda e la terza cappella s’innalza un maestoso pulpito, sorretto da un’aquila ad ali spiegate: l’opera, intagliata in legno di noce, è citata con toni ammirati da tutte le antiche Guide di Napoli. Se ne attribuisce la paternità all’intagliatore Giovanni Conte (detto “il nano”), che lavorò forse su un’idea fanzaghiana.

Sant'Agostino degli Scalzi

Prima cappella a sinistra

Nella seconda cappella il dipinto sull’altare con Sant’Anna e la Vergine è attribuito allo stanzionesco Giuseppe Marullo nei suoi primi anni di attività; mediocri lavori databili ai primi del ‘700 sono le due tele laterali con l’Annuncio a Sant’Anna e la sua Morte, di un artista vicino a Giacomo del Po.

Nella prima cappella, i due dipinti sui lati, con il Matrimonio della Vergine e il Martirio di San Gennaro, sono modeste realizzazioni della fine del ‘600; al contrario,  un vero capolavoro è la Madonna di Costantinopoli, firmata da Mattia Preti e datata 1656, la quale trova ora posto nella sala 102 del Museo di Capodimonte. In una sapiente costruzione dal brillante colorismo il pittore calabrese inserì, ai lati e ai piedi della Vergine, le figure vigorosamente chiaroscurali dei Santi protettori del flagello della peste, Giuseppe, Gennaro, Rocco, Rosalia e Michele; un cartiglio sorretto da un angelo ci ricorda, infatti, come Giovan Tommaso e Marino Schipani commissionarono quest’opera per ringraziamento della scampata pestilenza del 1656.

Sacrestia

Ritornando nel braccio sinistro del transetto della chiesa di Sant’Agostino degli Scalzi, si passa attraverso una porta nell’Antisacrestia, dove trovava posto (prima di essere collocato al Museo Diocesano nella Sala degli Ordini Mendicanti) un dipinto giovanile di Domenico Antonio Vaccaro con San Guglielmo D’Aquitania in preghiera, opera contraddistinta da una qualità quasi visionaria delle luci e dei colori.

Nell’adiacente Sacrestia, rimossi all’atto della soppressione dell’Ordine dopo il 1860 i magnifici armadi e i due scranni (ora al Museo di San Martino), restano soltanto un lunettone e quattordici lunette ad affresco, molto rovinate, con Storie dell’Ordine agostiniano, dei primi del secolo XVII. Rimangono, infine, di quella che un tempo fu la ricchissima suppellettile sacra della chiesa e del convento ancora parecchi esempi, tra cui un bel carro in legno intagliato e dorato con l’Immacolata Concezione in un trionfo di Angeli, della prima metà del secolo XVIII, forse un modellino per un carro processionale, attribuito da Gennaro Borrelli a Pietro Patalano.

Carmine Caruso

Informazioni

Chiesa di Santa Maria della Verità (Sant’Agostino degli Scalzi)

Via Sant’Agostino degli Scalzi, 6

80136 Napoli

Orari messe: sabato 11:30 – domenica 11:00

 

Bibliografia

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PETRELLA BIANCA, Napoli. Le fonti per un secolo di urbanistica, Orfeo, Napoli, 1990

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  1. […] infine a palazzo Jasillo-Giura, in vico Pero 2, traversa di via Nuova Capodimonte, ora via Santa Teresa degli Scalzi alla Sanità. Nel 1836, per un breve periodo, soggiornò a Villa Ferrigni a Torre del Greco, in quella che ora […]

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