Pubblicato il: dom, Nov 29th, 2015

Il culto di Priapo a Napoli: ieri e oggi

Priapo è il dio greco della fertilità. Viene tradizionalmente rappresentato con un fallo enorme e un corpo deforme, dovuto, secondo la leggenda, ad un maleficio di Era, gelosa dell’amore tra Zeus ed Afrodite, di cui era frutto (altri miti, invece, ne attribuiscono la paternità a Dioniso o Adone).Priapo Probabilmente il nome deriva da un composto di peos, per l’appunto pene, la cui abnormità caratterizza il dio -per questo motivo la letteratura medica utilizza il termine priapismo per indicare un’erezione persistente e anomala, spesso dolorosa, dei soli corpi cavernosi del pene, non accompagnata dal consueto desiderio sessuale.

Statue lignee del dio, dipinte di rosso, venivano poste nei campi e fuori le case, al fine di propiziare il successo del raccolto, l’abbondanza del bestiame e, soprattutto, la felice continuità della famiglia, ma quei busti mostruosi servivano anche a tenere lontani animali indesiderati.

Nell’iconografia classica Priapo si accompagna spesso ad un asino, animale, certo, di notevole peso nell’economia contadina, ma che meglio di altri si presta a facili allusioni alla spropositata virilità del dio. Il mito vuole che sia stato proprio Priapo a pretendere l’animale in sacrificio, dopo che questo, secondo due diverse leggende, una greca ed una romana, ebbe a svegliare col suo ragliare, rispettivamente, la ninfa Lotide e la dea Vesta, che la divinità stava provando a violare nel sonno. A Roma, infatti, nell’occasione della festa dedicata a Vesta, era usanza cingere il capo degli asini con fiori.

Il culto di Priapo a Napoli

Priapo

Asino che Penetra un leone mentre la dea vitoria lo incorona, graffiti di gladiatori, da Pompei

Nella città asiatica di Lampsaco sull’Ellesponto si trovava il suo centro culturale più importante: da qui il culto si diffuse in tutto il mondo greco, poi, in età ellenistica, anche in Italia.

La Campania, in particolare, fu teatro di un’intensa devozione per Dioniso e per il suo figlioccio. Qua, infatti, originarono le baccanali, feste mistiche celebrate in onore di Bacco, che ben presto si trasformarono in feste orgiastiche a cadenza quasi settimanale, occasioni di sfrenata immoralità e complotti politici: vennero, sì, abolite nel 186 a. C dal Senatus Consultum de Bacchanlibus, ma ben oltre tollerate.

Pompei era il cuore pulsante del licenzioso culto per Priapo, come testimoniano le pitture e le sculture superstiti, ma sopravvisse alla città, distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d. C (non a caso salutata dai cristiani come una punizione del Divino).
Il costume campano ancora oggi svela tracce significative di questi antichi culti. 
Il popolo napoletano, non a caso, figlio consapevole della Magna Graecia, ha parlato greco fino al X secolo e tuttora in greco si ostina a ragionare.

Difatti, i ragazzini partenopei non giocano a pallone, ma pazzeano (dal greco paizo), mentre le mamme sono al mercato ad accattare (dal ktaomai, comprare), chi lo sa, forse del prutusino per la minestra (petroselinon) oppure crisommole per il nonno un po’ esigente (l’albicocca, o meglio kruson melon- frutto d’oro). Mamme non di rado chiamate in causa quando una pallonata rompe un vaso, allora il custode potrebbe urlare ‘int’ â pucchiacca ‘e mammata (dal composto pyr kuros, cerchio di fuoco, oppure pyr koilos, incavo infuocato) e menare addirittura paccheri (pas keir, l’intera mano) se qualche figlio ‘e ‘ntrocchia gli risponde a tono (eh sì, quest’ultimo è un latinismo, da antorca -fiaccola-, strumento di lavoro utilissimo per tenere al caldo la propria personalissima fonte di guadagno.

Priapo

Tintinnabulum pompeiano a forma di fallo volante

Questa tenace resistenza ha strappato dall’oblio degli dei greco-romani le tradizioni religiose pagane, certo smussate, ma mai cancellate dall’imporsi della religione cattolica. Al contrario, nei secoli, le antiche pratiche liturgiche sono state adeguate al nuovo culto, talvolta conservando connotati feroci, a stento frenati dalle autorità religiose.

Elena Sica, nella monografia “Il presepe napoletano”, afferma che a Napoli la raffigurazione della Natività, che proprio in questa città, per la prima volta, aveva trovato compiuta rappresentazione, degenerava spesso e volentieri in lanci di scarti alimentari, coretti e sfottò di ogni sorta: insomma tali manifestazioni popolari erano più vicine alle falloforie (processioni solenni in onore di Priapo e Dioniso nelle quali si trasportavano enormi falli di legno) che ad una compostissima celebrazione del Signore.

La festa di Piedigrotta sulle macerie dell’antico tempio di Priapo

Il culto di Priapo, sebbene inconsapevolmente, si manifesta ancora oggi in tantissime forme. Ad esempio nell’usanza di carezzare un corniciello portafortuna per allontanare il malocchio. La forma falliforme, curva e non ritta, allude al portentoso membro del dio, che si presenta proprio con tale caratteristica. Il rosso, poi, richiama il colore in cui erano tradizionalmente dipinte le statuette raffiguranti Priapo.
Ottima alternativa al corniciello è il
peperoncino rosso, che non solo gli assomiglia per forma e colore, ma che addirittura avrebbe il pregio di allontanare le malelingue con il sapore piccante.

Priapo

Il culto di Priapo si lega indissolubilmente a quello della Madonna di Piedigrotta. In questi luoghi, infatti, ne celebravano i riti. Proprio nella Crypta Neapolitana (Parco Vergiliano), secondo accreditata tradizione filologica, Petronio ha ambientato la scena del Satyricon, in cui i tre protagonisti del racconto -Encolpio, Ascilto e Gitone- assistono ad un rito priapico. La leggenda vuole che nel 1353, durante il regno di Giovanna I, tre religiosi sognarono Maria che chiese loro di edificare nella grotta di Virgilio una chiesa al suo cuore immacolato. Tale volontà fu presto eseguita, soprattutto al fine di contrastare i riti osceni che ancora si celebravano. Nel 1666 don Pedro d’Aragona ordinò fosse eretta a metà della galleria una edicola dedicata a Santa Maria della Grotta, per contrastare i residui culti magici e misterici che ancora si praticavano.

Quindi quella della Madonna di Piedigrotta è una storia antichissima di contrasti tra i culti pagani e quelli cristiani. Qui la Madre di Dio poteva vantare una cappella antichissima, forse risalente al 1207, in cui si venerava la Madonna del Serpente o dell’Idra, perché vi era rappresentata mentre schiacciava il serpente-Demonio, animale simbolico nella cultura pagana. Nonostante i fermi propositi dei suoi promotori, il culto cristiano subì l’influenza della cultura pagana. Nel III secolo d.C infatti, l’antichissima celebrazione della Vergine sostituì le baccanali, mantenendone però i connotati sfrenati: la festa della Madonna di Piedigrotta, la più imponente e sentita manifestazione popolare partenopea, prendeva avvio nelle ore notturne e, come testimoniato da Eduardo De Crescenzo, Gino Doria e Raffaele Viviani, degenerava spesso in zuffe, scherzi volgari e baraonde sfrenate (ovviamente la Piedigrotta era anche tanto altro, ossia carri allegorici, fuochi d’artificio e una stupenda manifestazione canora).

Poi, fino a qualche decennio fa le sposine novelle affrontavano un vero e proprio pellegrinaggio propiziatorio nella Crypta Neapolitana. E ancora oggi nel tripode della tomba di Virgilio vengono bruciati pizzini auguranti amori felici e fecondi.

Il parco Vergiliano

Il sepolcro di Virgilio e la Crypta Neapolitana
Foto di Camilla Ruffo

 

Il pesce di San Raffaele

Il rituale del vaso a ‘o pesce ‘e San Rafele (bacio al pesce di S. Raffaele) testimonia ulteriormente la commistione tra i riti priapici e le pratiche cattoliche. Le ragazze da marito per secoli si sono recate nella chiesa omonima, nel rione Materdei, dedicata all’Arcangelo protettore dei pescatori napoletani, per baciarne il pesce, contenuto in una delle due mani, al fine di ottenere un matrimonio fecondo. Le autorità religiose hanno sempre tollerato il culto per la consolidata valenza simbolica del pesce nel messaggio cristiano, nonostante il chiaro riferimento sessuale al pene, al quale i napoletani alludono col termine pesce.

Priapo

Cartolina che ritrae alcuni bambini durante la festa di Piedigrotta

Se queste testimonianze non fossero sufficienti a dimostrare l’attualità del culto priapico, ci si accontenti dell’articolo della blogger americana Alex Schiller, dall’eloquente titolo Hai una vagina e vuoi darti da fare? Va’ a Napoli (titolo originale Have a vagina? Want to use it? Go to Naples), nel quale celebra i napoletani come i migliori amatori al mondo. O meglio, per sostenere la nostra tesi, i più fedeli seguaci del dio Priapo.

Danilo De Luca

Bibliografia

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MAIURI AMEDEO, I Campi Flegrei, dal sepolcro di Virgilio all’antro di Cuma, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Sesta edizione
GALANTE A. G., Guida sacra della città di Napoli, Napoli, Stamperia del Fibreno, 1872, pagg. 394 ss.
MARRONE R., Le strade di Napoli (Volume 5), Roma, Newton Periodici, 1993, pag.1193,
MASTRIANI F., Piedigrotta, in Le Feste, Pierro, 1996, pagg. 97 ss.
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SARDELLA FILOMENA, Il parco Vergiliano a Piedigrotta, Napoli, Libreria Marotta, 1991
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TERRANOVA F., Piedigrotta, in Napoli Ieri, Edizioni Sara, pagg. 69 ss
UNIVERSITA’ DEGLI STUDI “SUOR ORSOLA BENINCASA”, Percorso naturalistico virgiliano alla Tomba di Virgilio, Napoli, 2010

Sitografia

DE LUCA D., Il parco della Tomba di Virgilio, http://www.dicetteopappice.it/2015/06/il-parco-della-tomba-di-virgilio/
VARVARO A., SORNICOLA R., Considerazioni sul multilinguismo in Sicilia e a Napoli nel primo Medioevo    http://wpage.unina.it/sornicol/Articoli/MultilinguismoSiciliaNapoliMedioevo-BLC.pdf

Danilo De Luca

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